da "QUESTO
FREDDO DI BETLEMME LO SENTÌ IL BAMBINO"
di Alberto Moravia
"Il
Natale mi fa pensare a quelle anfore romane che ogni
tanto i pescatori tirano fuori dal mare con le loro reti,
tutte ricoperte di conchiglie e di incrostazioni marine
che le rendono irriconoscibili. Per ritrovarne la forma,
bisogna togliere tutte le incrostazioni. Così il Natale.
Per ritrovarne il significato autentico bisognerebbe
liberarlo da tutte le incrostazioni consumistiche,
festaiole, abitudinarie, cerimoniose, eccetera, eccetera.
Poi si vedrebbe".
Betlemme si presenta alla
vista in maniera non dissimile da tante piccole città
dell'Umbria e della Toscana, in cima ad una collina, con
le case arrampicato sul pendio e la basilica della
Natività bene in vista sopra uno sperone. ù un luogo
montanino, Betlemme, e nella piazza, davanti al sagrato,
soffia un vento freddo che spazza le pietre del
lastricato. Per la piazza girano i soliti venditori di
ricordi, di rosari e di immagini; ma, al contrario di
Gerusalemme, qui sono più discreti, e almeno un ricordo
tra la tanta paccottiglia che offrono ha una sua grazia:
un cartoncino sul quale sono incollati alcuni fiorellini
freschi della collina di Betlemme. Come, poi, entriamo
nella basilica della Natività, il passaggio dalla natura
gentile e poetica all'antichità venerabile del tempio è
anch'esso reminiscente dell'Italia: a questo modo, sopra
paesaggi luminosi e puri, in piccole città vetuste, si
aprono anche i portali anneriti delle chiese più antiche
e più ispirate della provincia italiana.
La basilica della Natività, al contrario del Santo
Sepolcro, è un luogo tranquillo, preservato, e persino
negletto. Le dispute tra latini e greci, talvolta
addirittura sanguinose, hanno portato la basilica alla
presente condizione che sembra richiedere urgentemente un
avveduto restauro. Polvere nera, di secoli, vela il
marmo, che fu già rosso, delle colonne monolitiche e i
capitelli corinzi; sopra gli architravi, là dove non
affiorano alcuni brani, anch'essi anneriti, degli
splendidi mosaici, l'intonaco è caduto in più punti,
scoprendo l'ammattonato; un muretto ignobile, mezzo
sgretolato, divide la navata centrale dall'abside.
Eppure, forse appunto per questo abbandono che ne
garantisce l'autenticità, la basilica è oltremodo
commovente: essa documenta con le sue pietre il passaggio
senza soluzione di continuità dall'arte pagana a quella
cristiana; permette di rivivere il momento unico in cui
la nuova fede ridiede vita profonda ai vecchi stili
esausti. La basilica, nonostante le molte vicende, è
rimasta, a quanto pare, sensibilmente qual era nell'anno
330 dopo Cristo quando fu edificata per ordine della
madre di Costantino. Tra tutti i miracoli di questo paese
miracoloso, la preservazione di questa chiesa costruita
sulla grotta dove nacque Gesù, è senza dubbio uno dei
più notevoli. E si vuol ricordare come un tratto strano
e potente, che perfino l'invasione persiana di Cosroe, la
più spietata e disastrosa che mai ebbero a subire queste
disgraziate contrade, si fermò sulla soglia della
basilica grazie ad un particolare assai significativo: le
vesti persiane che in un antico mosaico indossavano le
figure dei tre re magi.
Per rozzi e angusti scalini si discende, dietro
all'altare, alla grotta della Natività. È un antro
oscuro e irregolare, e la mangiatoia, che normalmente
nelle stalle è di legno, vi era invece scavata nella
viva roccia, in forma di piccola vasca. Gli animali del
presepe si vedono tuttora per le straducce di Betlemme:
gli asini bianchi dai grandi occhi neri, i buoi
striminziti, le magre vaccherelle di questo paese
sassoso, le pecore, le capre. La tradizione anche qui è
perfettamente credibile: Gesù nacque sulla paglia che
serviva da letto ai pochi animali di questa piccola
stalla; appena nato, fu deposto nella mangiatoia ricavata
nella roccia; e gli animali che sporgevano il loro muso
verso questa mangiatoia e che, forse, cercarono di
continuare a mangiare tirando via i fili di paglia da
sotto il corpo del neonato, lo riscaldarono così,
naturalmente, con il loro fiato. Il destino terreno di
Gesù, d'altronde, è legato oltre che ai paesaggi
rnistici e luminosi della Palestina anche a queste grotte
che dovunque si aprono nel terreno roccioso. Altra grotta
assai profonda, questa in piena Gerusalemme, serviva
probabilmente, da tempo immemorabile, da prigione. Oggi
vi si scende in processione per vedere il luogo buio e
sconfortante in cui Gesù fu imprigionato con Barabba. E
come la mangiatoia appare scavata nella roccia viva,
così nella prigione di Cristo sono scavate nella roccia
le maniglie di pietra alle quali i due prigionieri furono
assicurati per i polsi. Colline soavi e sparse di ulivi e
di cipressi, grotte oscure e anfratti: così, erano nel
vero i nostri pittori primitivi che pur non avendo mai
visitato la Terrasanta, diedero nei loro quadri una
descrizione di questi luoghi che non potrebbe essere più
esatta, con una chiaroveggenza che non si può attribuire
alla candida fede che li ispirava.
|