IL NATALE
di Gandolin (L.A. Vassallo)
da "LA FAMIGLIA DE TAPPETTI"
È la mattina di domenica.
Dalle nove alle undici, consulto tra Eufemia, Policarpo e
Rosa, per decidere il programma del pranzo natalizio.
Solamente alle undici e un quarto la lista definitiva
rimane composta così, a base di patate:
Gnocchi al sugo,
Patate con contorno di pollo,
Arrosto di manzo con contorno di patate,
Patate fritte con contorno di spinaci,
Cicoria e patate per insalata,
Mezzo fiaschetto di Aleatico,
Caldallesse, invece di marrons glaces troppo indigesti,
Sei soldi di cialdoni,
Tre mele e quattro soldi di formaggio.
Policarpo vorrebbe aggiungere alla lista due tazze di
caffè: ma resta spaventato dalla propria audacia.
Combinato il pranzo, la famiglia
De-Tappetti procede al proprio abbigliamento festivo.
Agenore, col pennello da barba, insapona religiosamente
una spalliera di seggiola, e ogni tanto strilla, con voce
acutissima:
- Papà, oggi che è Natale, mi ci porti al teatro
meccanico?
Policarpo fruga in ogni ripostiglio e grida:
- Eufemia.
EUFEMIA. - Che hai, che strilli?
POLICARPO. - In nome di quei doveri di sposa e di madre,
a cui si deve ispirare la tua condotta, mi sai dire dove
diamine hai ficcato il lustro per le scarpe?
EUFEMIA (alla serva). - Rosa: dove avete messo il lustro
per le scarpe? dov'è il mio talma, quello con le perline
nere?
POLICARPO (esterrefatto). - Gesummio! Si sarebbe perduto
il tuo talma! dunque la mia famiglia è sopra un abisso?
AGENORE. - Papà oggi ch'è Natale, mi ci porti al teatro
meccanico?
Policarpo, volgendosi verso Agenore, lo vede piú che mai
dedicato all'insaponatura della spalliera, e gli grida:
- Nequitosa creatura, tu sperperi in tal modo quella
schiuma che è precisamente destinata al mento del
genitore? e tu mi rovini, con tanta animadversione,
quella seggiola, che servì di base alla santa memoria di
tuo nonno? e tu manometti con precoce impulso di brutale
malvagità, quel pennello cui può solamente adibire la
barba paterna?
EUFEMIA (minacciando Agenore). - Metti subito via il
pennello se no ti tiro quello che mi viene alle mani.
POLICARPO. - Ed io quello che mi viene ai piedi, che poi
sarebbe il frutto della mia legittima indignazione.
La serva con faccia stordita, esce, tutta impolverata,
dalla cucina e dice:
- Signora, il lustro non si trova.
POLICARPO. - Come: non si trova? Bisognerà trovarlo per
forza. I miei mezzi non permettono enormi spese
voluttuarie in tante scatole di lustro. Ne abbiamo
comprata una, che non sono neppure tre mesi. (agitato da
fiero sospetto) Ma dunque voi me lo mangiate?
AGENORE. - Papà: oggi che è Natale mi ci porti al
teatro meccanico?
La signora Eufemia, tutta rossa, scalmanata:
- Ecco qua: l'ho trovato io il lustro, (porgendolo a
Policarpo) era fra le tue carte.
POLICARPO (alzando il lustro e gli occhi al cielo). - Fra
i miei documenti! Fra quelle pagine immarcescibili, che
sono il testimonio oculare della mia integrità
cittadina! (principiando a lustrare) Un giorno, di questo
passo, lo troveremo nella sporta del pane, o nella
concolina in cui ci laviamo le fisonomie familiari, o su
quel cuscino, ch'è il capezzale delle mie notti.
Eufemia: casa De-Tappetti è nella piú assoluta
decadenza. (scopettando con rabbia) Agenore: lascia stare
il gatto! Te l'ho detto cento volte.
AGENORE. - Papà: l'ho mandato via perché era sullo
scendiletto e stava facendo....
POLICARPO (con amarezza). - Anche l'altro giorno era sul
mio soprabito blú e fece....quel gatto non ha principio
di educazione!
AGENORE. - Papà: oggi ch'è Natale, mi ci porti al
teatro meccanico?
POLICARPO. - Quanto sei noioso e degenere, figlio mio!
EUFEMIA (irritata). - E tu rispondigli una volta, senza
farlo svociare.
POLICARPO (al figlio). - Che vuoi? parla! e parla senza
omologare di singhiozzi il tuo ragionamento.
AGENORE. - Papà: oggi ch'è Natale, mi ci porti al
teatro meccanico?
POLICARPO (con voce solenne). - Prima di tutto, dobbiamo
andare a spasso, e per via decideremo quale spettacolo
convenga alla puerizia. I soli divertimenti educativi
dovranno, onestamente, ricreare questo connubio nell'atto
che, manoducendo la sua prole, si permetterà di
gavazzare, senza intempestivo dispendio.
Entra Rosa con un cencio nero in mano, che butta in
braccio alla signora Eufemia.
ROSA. - Ecco il talma con le perline nere.
EUFEMIA. - Dov'era?
ROSA. - Era.... era....
POLICARPO. - Siate veridica nei vostri domestici referti.
ROSA. - Io non so chi ce lo abbia messo, ma era sulla
cesta del carbone.
EUFEMIA. - Il mio talma sulla cesta del carbone!.
POLICARPO. - Il carbone sul talma della cesta di mia
consorte?
Rosa sparisce di corsa, in cucina.
Policarpo fissa sul talma due occhi pieni di lagrime.
La signora Eufemia incretinisce a vista d'occhio.
POLICARPO (con gesto pieno di nobiltà e di energia). -
Mostriamoci forti e parati sempre, nelle piú dure
controversie della vita. Mettiti quel talma che ci costa
tanti dolori e usciamo. Nulla turbi la nostra festiva
giocondità natalizia.
La signora Eufemia eseguisce meccanicamente. Escono tutti
e tre. Poca gente nelle vie.
Policarpo trascina Eufemia, che trascina Agenore, che
trascina un carrettino sfiancato mediante un pezzo di
spago.
La famiglia De-Tappetti si reca al Pincio. Sono le dodici
e mezzo, e in tutto il Pincio non si vedono dieci
persone. Policarpo costringe il figlio a leggere i nomi
dei grandi uomini in marmo; indi gli infligge
un'ammirazione di un quarto d'ora avanti ai cigni del
laghetto. In ultimo dilapida la somma di tre soldi per
procurargli cinque minuti d'altalena.
Dal Pincio, la famiglia De-Tappetti corre a San Pietro.
Sulla piazza non c'è anima viva. Policarpo spiega il
sistema ingegnoso col quale fu eretto l'obelisco,
mediante funi riscaldate, secondo lui, mentre il Papa
gridava: Fuori i barbari!
Da San Pietro, la famiglia De-Tappetti corre a piazza di
Termini per vedere i cartelloni del serraglio delle
belve.
Da piazza di Termini, la famiglia De-Tappetti corre nella
chiesa d'Aracoeli, dove Agenore declama la seguente
poesia davanti al presepe:
Queste feste natalizie
Faccia il ciel che concilii
Le sue grazie piú propizie
Come ciò che ci ha concesso
Dopo avercelo promesso
Ch'apparisce alla capanna
E nascesseci il Messia;
Tra gli evviva tra gli osanna
Gridiam tutti e così sia.
Versi, manco a dirlo, di Policarpo.
Dall'alto della scalinata dell'Aracoeli, la famiglia
De-Tappetti si precipita verso casa.
POLICARPO (con gioia repressa dalla dignità). - Che ne
dici, moglie mia? ci siamo divertiti abbastanza?
EUFEMIA (cascando a pezzi). Quanto a me....
POLICARPO. - E tu, Agenore, ti sei divertito?
AGENORE. - No, papà.
POLICARPO. - Ecco le conseguenze dell'abuso dei piaceri!
Agenore, ti do cinque minuti di tempo, per rettificare la
tua primitiva asserzione.
AGENORE. - Ma io mi sono seccato.
POLICARPO. - E io, forse, non mi sono seccato piú di te?
Ma oggi è festa, e tu devi imitare la paterna ilarità.
Ti ordino di essere contento, e di abbandonarti a segni
di giubilo manifesto. Vuoi ubbidirmi, sì o no?
AGENORE. - Ti ubbidisco subito, papà.
E si mette a piangere come una fontana.
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